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Shahrbanoo Sadat, la prima regista donna afghana

Chissà cosa avrà pensato Shahrbanoo Sadat, la prima e - per ora - unica regista donna afghana, quando è arrivata a Cannes _ sezione Quinzaine - per presentare il suo Wolf and Sheep (che ha poi vinto come miglior film). Si tratta di un'opera prima in cui si racconta la vita in un villaggio di pastori sperduto tra le montagne afghane: a condurre le pecore al pascolo sono i ragazzini, divisi rigorosamente tra maschi e femmine, e mentre i primi sono impegnati ad imparare l’arte di costruire e usare la fionda per difendere il gregge dai possibili assalti dei lupi, le seconde passano il tempo a scambiarsi pettegolezzi. Ma è soprattutto la storia dell'amicizia tra Sediqua e Qodrat. Un'occasione unica per conoscere dall'interno un pezzo di vita di questo Paese, conosciuto tristemente solo per i talebani e la guerra, e anche una nuova regista. Che ha dichiarato alla stampa: “Questa storia ricorda esattamente la mia, perché anche io sono arrivata in Afghanistan in un paesino molto simile a quello raccontato nel film dall’Iran, dove i miei genitori si erano rifugiati, prima di decidere di ritornare a casa dopo gli attentati dell’11 settembre. In Iran ci trattavano come in America trattano i “negri”, col massimo disprezzo possibile e così siamo scappati. Ma comunque per me, che ero abituata a vivere nella città di Teheran, è stato uno shock trasferirmi bambina nel mezzo del nulla: all’improvviso non avevo più elettricità, acqua corrente e tutto il resto. Mi sono sentita molto sola, ma ho cercato di fermarmi a guardare cosa accadeva intorno a me, per tentare di capire. Il mio film cerca di recuperare un’immagine dell’Afghanistan che si basa più sull’osservazione che sul commento realizzato facendo ricerche su Google e costruendo storie basandosi sulle notizie di cronaca del momento. La maggior parte dei registi, anche afghani, preferisce raccontare storie che coincidono con l’idea preconcetta che la gente ha del mio Paese. E così facendo si alimentano i cliché e si riduce lo spazio per chi vuole raccontare altro. Qualcuno coinvolto nel finanziamento del mio film mi ha chiesto: dov’è la descrizione dell’Afghanistan nel tuo film? Mi fa così male pensare che siamo intrappolati in questa rappresentazione: siamo un Paese ricco di storie che rischiano di non essere mai raccontate.”          



 

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